Domenica 25 gennaio 2026 • Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
Anche Simeone accolse Gesù tra le braccia e benedisse Dio dicendo. Il gesto dell’anziano sacerdote, gesto di benedizione come abbiamo sentito, non è solo un mero rito sacerdotale, ma è un vero e proprio atto di fede. Quell’atto di fede che rinnova il cuore di un popolo, atto di fede compiuto dalla piccola famiglia di Nazareth e ora a nome dell’intero popolo eletto, compiuto da uno dei suoi sacerdoti. Accogliere Gesù: questo è l’atto di fede che invochiamo per le nostre famiglie in questa festa odierna.
Accogliere Gesù vuol dire anzitutto accogliere una Parola che ci interpella nel profondo del cuore, che entra nelle nostre vite, nei nostri sentimenti ed emozioni. Una Parola che narra alla fine che la nostra vita, pur con tutti i nostri personali traguardi, pur con le nostre fatiche, è una storia amata. Amata, cioè venuta in questa terra, accolta e comunque non opera nostra, ma opera e frutto dell’amore tra i nostri genitori. Riscoprire che la nostra vita non parte dalle nostre volontà ci aiuta a vivere con i piedi per terra, ci aiuta a richiamarci cosa vuol dire vivere la fede: abbandonarsi a un atto d’amore. Quell’atto di amore che abbiamo sperimentato nelle cure da piccoli, quell’atto d’amore che abbiamo sperimentato nella crescita. La nostra vita sgorga da un atto d’amore, dal quell’atto che definisce la famiglia come comunità dell’Amore.
Ed è in questa comunità dell’amore che possiamo scoprire che Gesù non è una presenza scomoda, ma diventa il senso di questo amore. Senso perché risveglia la nostra memoria affettuosa sui gesti di amore che abbiamo vissuto, soprattutto l’atto generativo. Ogni atto di amore, compreso quello che dona la vita, per il cristiano trova fondamento in Gesù, in quel suo donarsi per. E’ questo donarsi che sostiene la nostra vita e ci invita a saper credere nella forza dell’amore che vince ogni durezza del cuore e ogni sfida del tempo. E’ questa forza dell’amore che ci invita a saper vivere la carità e il rispetto reciproco in famiglia non come paletti moralistici o idealistici, ma con quel senso di naturalezza che apre e spalanca il cuore alla vita vera, alla vita che genera vita, che dona vita.
E’ nel riconoscere l’alterità che in famiglia viviamo come comunità, che allora possiamo comprendere bene il senso della parola benedizione. La benedizione è riconoscere il bene in azione di Dio in noi. Quanto bene in azione di Dio le nostre famiglie sperimentano? Molte volte rischiamo di lasciare spazio al lamento, alle cose che non vanno, e l’assenza di soste e di riposo vero, genera alla fine una visione distorta della famiglia, come se essa con tutto il suo carico emotivo e di azione diventasse non più una comunità dei reciproci affetti, ma un ennesimo peso e fatica. E il rischio purtroppo lo conosciamo, lo sentiamo e lo vediamo.
La celebrazione di oggi è un invito a una sosta seria, una sosta che si fermi ad accogliere veramente la Parola che si è incarnata, che ha vissuto le tensioni tipiche delle famiglie, ma anche la grazia di essere preso per mano, cresciuto, accompagnato nel suo cammino. Questa sosta ci aiuta a rispettare sempre l’alterità di ciascuno, a non volere imporre la nostra identità o le pretese nostre sui componenti della famiglia, a saper essere una comunione unita in verità.
La Parola interpella anche la nostra Chiesa, famiglia di famiglie. La comunità deve essere capace di paternità e maternità, non di giudizi sterili, ma di un accompagnamento vero, che sappia farsi carico gli uni degli altri e sappia essere in questa unità testimone della grandezza della vita che si dona, della vocazione a un per sempre. La festa della famiglia diventa festa della Chiesa, festa di quella pluriformità di vocazioni chiamate a esser ognuna un segno di questo Amore di Dio, chiamate a un rispetto reciproco, chiamate a interrogarsi sulla vita degli altri, chiamate a benedire Dio che non fa mancare il suo Amore.
In ultimo voglio mettere davanti al Signore in questa preghiera insieme le famiglie ferite da separazioni, divisioni drammatiche e tutti i fratelli e sorelle che non hanno conosciuto l’amore nella famiglia di origine. Non smettiamo anche noi di essere una famiglia che accoglie le storie di tutti, che ha stima, che vuole e desidera solo il bene delle persone che Dio ha messo lungo il nostro cammino. E’ così che con fede rinnoveremo il gesto di Simeone, gesto non solo di una fede personale, ma della fede dell’essere una Chiesa unita al suo Sposo, unita al suo Amore.