Domenica 16 agosto 2026 • XII Domenica dopo Pentecoste
La Parola di questa domenica diventa un esercizio pratico alla compassione. Compatire non vuol dire “Oh poverino”, come magari crediamo. La compassione è una vicinanza del cuore al vero bene per quella persona che è nella desolazione o nell’errore e porta ad agire per un bene vero e maggiore, anche con la correzione.
Così è Dio: ricco di compassione per noi quando, come Sedecia, ci dimentichiamo dei doni e delle grazie ricevute. Così è Dio: sofferente per noi che ci allontaniamo, desideroso di donarci una cura, anche la più dura e difficile, per invitarci a essere non una terra arida di superbia e di avarizia, ma una terra feconda, umana, una terra che si lascia e desidera lasciarsi fecondare pienamente.
Custodire la nostra umiltà vuol dire imparare a non crederci a posto con la nostra coscienza cristiana. Paolo richiama i giudei nella lettera ai Romani a non credersi apposto con la loro fede perché la vivono nei minimi precetti e osservanze. Paolo, invece, li esorta a guardare il cuore e non l’esteriorità della fede: quante azioni sono veramente nutrite dalla fede e dall’incontro con il Signore? Lo sguardo umile depone la propria superbia, il proprio credersi a posto e guarda e impara, si fa domanda, scruta la vera presenza di Dio anche nei gesti più semplici, nelle gioie donate senza per forza passare dentro un rito, ed è lì, in quel gesto carico dell’amore che si dona, che trovi e incontri Cristo. Paolo porta questo Vangelo: la Parola che aiuta a rileggere questa gioia vera, che aiuta a scoprire il volto di Dio. Paolo è audace, non si sottrae alla missione, ma continua ad ascoltare per vedere e agire nei campi veri della sua missione.
E Gesù ci richiama ancora nel vangelo a considerare che la missione è per tutti. Sembra quasi un invito a non continuare a sciupare le forze laddove c’è una durezza di cuore dovuto allo stagnarsi di una fede che sembra miracolosa, prodigiosa, ma che alla fine non lascia niente. Gesù richiama ad uscire dal modo banale e lamentoso di guardare, per scorgere quella capacità di vedere che hanno le città straniere da lui citate. Una capacità di vedere che non è esteriorità, ma è agire che si incarna nella pienezza del donarsi di Gesù per noi.
La compassione di Dio rivela la sua tenerezza, la sua audacia, il suo donarsi. Tenerezza, audacia e donazione totale che sono i tratti della nostra missione, perchè sia veramente feconda, perchè porti il vero frutto che dice chi è il cristiano: un uomo che vive di una gioia più grande di ogni aspetto piccolo che ci fa ridere. E’ la gioia invece della vita vera che invochiamo, della vita che non si rinchiude nelle fatiche, ma che anche in esse trova una luce che rialza, che accompagna, che invita a credere. Questa è la vera gioia, la gioia che non trattiene nulla per sé e che dona senza confini il senso pieno della vita, il senso vero dell’amore.
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