Domenica 9 agosto 2026 • XI Domenica dopo Pentecoste
Lungo le vie dei pellegrinaggi, dal cammino di Santiago alla via Romea, e anche nell’ambone del XII secolo della Basilica di S. Ambrogio, ci si imbatte in immagini chiamate spinari, cioè raffigurazioni di uomini che si tolgono le spine dal piede. Molto spesso queste immagini sono associate all’immagine dove Dio punisce Adamo ed Eva per la loro colpa, richiamandoli alle sofferenze che dovranno vivere. In tutto questo però ci domandiamo: che senso ha la spina? Perchè raffigurarla nei tragitti di cammini a noi noti?
Oltre a rappresentare un male fisico o una fatica, la spina di cui ci parla Paolo nella seconda lettura è anche un male spirituale, un dubbio, l’inquietudine che ogni tanto assale ogni uomo e donna del nostro tempo e anche noi. Davanti però alla domanda di fede che si staglia nel nostro cammino, la Parola di questa domenica sembra donarci una boccata di aria e ossigeno su come vivere e affrontare la lecita domanda di fede che possiamo vivere. Ecco allora tre consigli che la Parola ci dona.
Il primo. Impara a stare e riconoscere Dio nelle piccole cose. La sosta che viviamo nel tempo estivo è rigenerante perché ci ricorda che la nostra vita è fatta da piccoli gesti e segni ogni giorno non scontati e banali. E questi piccoli gesti e scontati dicono il modo con la quale Dio parla alla nostra vita. Non parla ad Elia con segni grandiosi, parla con il sussurro della brezza leggera. Quel sussurro che incoraggia Elia a uscire fuori dalle sue parole ad avere fiducia in questa presenza silenziosa di Dio, capace di compiere grandi cose nell’uomo nell’atto in cui l’uomo la riconosce. Sostare, fermarsi per ripartire con una forza nuova e una consapevolezza: tu non sei mai solo! Questo vuol dire riconoscere Dio.
Il secondo consiglio è l’umiltà. Riconoscere le nostre fatiche non è segno di debolezza, è segno di umanità. Di una umanità che sa di essere fragile, ma sa anche che una fatica condivisa può diventare una risorsa interiore ed esteriore. Interiore, perchè ci invita a non montare in superbia, esteriore, perchè ci ricorda che solo insieme si possono affrontare le fatiche, le difficoltà. L’umiltà è la base di un ascolto vero e libero da pregiudizi e stereotipi, l’umiltà è la chiave di un cammino di insieme che può portare frutto, disarmando parole e gesti dalla paura di perdere chi sà che cosa.
Il terzo consiglio lo troviamo nel Vangelo. Un uomo libero che riconosce Dio, un uomo umile è un uomo che affronta la sua storia e il suo tempo. Lo affronta con la mansuetudine delle pecore, con la docilità allo Spirito, lasciandosi sempre stupire dalle grandi cose che solo Dio può compiere. Il Signore non ci invita all’ignoranza, ci invita però a non fare della nostra conoscenza l’unica verità, ma a lasciarci plasmare dalla storia sempre, senza arroccarci in difese che non aiutano a vivere una fede matura e una fede che cresce.
L’immagine dello spinacio presente in diverse opere d’arte lungo i cammini dei pellegrinaggi diventano quindi un invito a non difenderci dalle spine della vita che ci potranno sempre essere, ma invece a farle diventare luogo per sperimentare ancor di più la grazia di Dio, con libertà, umiltà e con verità, i tre segreti della vita del cristiano, della vita del discepolo in cammino.
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