Domenica 26 luglio 2026 • IX Domenica dopo Pentecoste
Quanto è difficile questa parola: perdono. Difficile in un mondo e in un contesto come il nostro capace di giudicare e di sciupare parole. Siamo bravi ad essere come il re Davide: capaci di dare sentenze immediate, capaci di cercare subito un colpevole per giudicarlo. Siamo capaci ad essere come gli scribi, pronti a dare un pensiero negativo e giudicante verso una Parola di vita.
Il perdono è invece una Parola di vita, una parola di risurrezione. Una Parola che ha bisogno non solo di buone volontà, ma di due persone, di una persona che ci prenda per mano e ci rialza, dall’altra di una persona cosciente del suo errore e del suo male. E’ il desiderio della seconda che apre l’aiuto e l’accompagnamento della prima.
Gesù quel giorno non dice una parola estemporanea, ma afferma una nuova creazione che avviene nella vita del paralitico per la fede dei suoi amici, per la fede di quegli uomini che hanno scoperchiato il tempo per lui. Il perdono che Gesù afferma non è un suo atto, ma desiderio di costruire insieme a Lui una nuova comunione, una nuova casa, una nuova vita. Il perdono è desiderio di vita, quel desiderio a cui Gesù da pienamente voce poi con il miracolo della guarigione dell’uomo.
C’è una legge che stabilisce ciò che è giusto e sbagliato, c’è un cuore che va oltre la legge e lo rialza dalle sue cadute. E’ il cuore di Cristo, è il cuore della Chiesa. C’è un cuore che si abitua al male e a stare nel male fatto di ferite e di desolazione, c’è un cuore che non vuole stare nella morte, non vuole sentire come ultima parola che la propria vita è stata chiamata solamente al male. E’ il cuore di chi abbraccia l’ascolto e la riconciliazione, è il cuore di chi dietro a una vaso di creta vede nelle sue fragilità non una condanna, una debolezza, ma una luce che mi invita a tenere acceso il desiderio di vita.
Queste è il senso del perdono che la Chiesa in Cristo dona: tenere acceso il desiderio di vita vera, vincendo ogni giudizio e sentenza sterile che sgorga anche dal nostro giudice interiore, per essere capaci di lasciare spazio a quell’unica Parola che continua a credere in quell’atto unico e vero del Padre: la creazione. Questa Parola è Gesù, è la sua risurrezione.
L’estate e la grazia che andremo a vivere il prossimo 1-2 agosto siano occasione per autentici passi di risurrezione, passi di vita, passi carichi del desiderio di Cristo, che la nostra umanità sia sempre una umanità capace di continuare insieme l’opera del Padre, opera di creazione, opera piena di vita.
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