7° INCONTRO - Da stranieri a familiari
“Egli infatti è la nostra pace”. Il cammino di meditazione su Ef 2,11-22 ci porta al cuore della nostra identità cristiana: in Cristo i lontani diventano vicini, gli estranei diventano familiari e ciò che divideva viene trasformato in comunione. L’incontro con la Parola inizia con gesti semplici — una Bibbia aperta, un cero acceso, un momento di silenzio — che ci ricordano che è Dio a parlarci per primo, ed è la sua luce che guida il nostro cammino.
La lettura lenta del testo, con la propria Bibbia tra le mani, aiuta ciascuno a lasciarsi toccare da una parola o da una frase che risuona nel cuore. È proprio in queste piccole risonanze che lo Spirito comincia a operare, trasformando il testo in esperienza vissuta. Efesini ci ricorda che la pace non è un concetto astratto né un ideale difficile da raggiungere: la pace è una persona, è Cristo stesso. Dire “Egli è la nostra pace” significa riconoscere che la riconciliazione non nasce dai nostri sforzi, ma dal suo amore capace di abbattere i muri e disarmare l’ostilità.
Il testo proposto per la preghiera, tratto dalla prima benedizione Urbi et Orbi di Papa Leone XIV (8 maggio 2025), si inserisce perfettamente in questo orizzonte: “La pace sia con tutti voi… È la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante”. Sono parole che incoraggiano e liberano, ricordando che il male non avrà l’ultima parola, perché la pace che viene da Dio è più forte di ogni paura. Per questo il Papa invita a camminare senza timore, uniti gli uni agli altri e uniti a Dio, diventando costruttori di ponti, uomini e donne capaci di dialogo, di accoglienza e di carità concreta. La Chiesa dovrebbe essere come una piazza aperta, in cui tutti possano sentirsi a casa.
Le domande proposte nella scheda orientano la riflessione personale e comunitaria: quali frutti della croce di Cristo riconosciamo nella nostra vita? Quali trasformazioni, quali inversioni il Vangelo ha già operato in noi? Quali sono oggi i muri che ancora separano, e come viviamo la chiamata a essere “una cosa sola” con gli altri? E ancora: cosa significa sentirsi parte dell’“uomo nuovo” che Cristo ha creato? La Bibbia ci ricorda che siamo stranieri e pellegrini in questo mondo: un’immagine che può consolare, perché ci ricorda che siamo in cammino verso una patria preparata da Dio, ma può anche inquietare, perché richiama la nostra fragilità e provvisorietà.
La preghiera conclusiva trasforma la Parola ascoltata in invocazione. Le brevi preghiere spontanee, il Padre nostro e l’affidamento a Maria diventano il modo concreto per dire che la pace di Cristo non è soltanto meditata, ma accolta e chiesta come dono. Ed è proprio da questo dono che riparte ogni giorno la nostra missione: essere testimoni di quella pace che il mondo attende e di cui il Cristo Risorto è per sempre la fonte.