Domenica 15 febbraio 2026 • Ultima domenica dopo l'Epifania

Tutti siamo passati da un deserto. Un deserto dove non capivamo più chi eravamo. E’ giusto nella vita fare prima o poi una esperienza di deserto. E’ umano, è cristiano. Il deserto ci riporta con i piedi per terra, ci dice che alla fine siamo polvere, un po’ come la sabbia. Siamo polvere, sì ma amata; siamo polvere, sì ma creature, meglio siamo figli.


Quel giorno in mezzo ai porci il figlio minore si risveglia. Sente il confronto aspro e duro con i servi del padre: nemmeno loro desiderano mangiare le carrube dei porci, anzi! Mangiano e vivono meglio, rispetto a me, che muoio di fame. C’è una alternativa, umiliante, ma necessaria per sopravvivere: tornare da colui che un tempo chiamavo padre, ma che ora sarà il mio padrone. Questa è la logica che ci porta molte volte a vivere: la rassegnazione, il credere che sia tutto perduto, che alla fine siamo polvere e basta.


E invece in questa parabola Dio rivela il suo volto vero di Padre! Appena lo vide, gli corse incontrò, gli si gettò ai piedi, lo baciò. Questo è il cuore di Dio: il cuore che perdona, cioè che rialza dalla caduta, dalla ferita, dalla morte che il peccato e il male crea. Tanti di noi vorrebbero che ci fosse solo una giustizia cieca, perché le cose devono andare così. Per Dio invece c’è una giustizia che deve aiutare a rialzare, a riabilitare, a ridare uno sguardo di vita, lo sguardo dei figli.


E questo sguardo lo da anche a noi, che viviamo spesso i sentimenti del figlio maggiore. Ho fatto tutto, ti ho sempre servito e tu non mi hai mai dato. Il rancore, la rivendicazione della nostra posizione sono all’ordine del giorno. E alla fine creano anche in noi un deserto fatto di lamentela e di pretesa, anche giusta per certi versi. E qui, invece, cosa fa Dio Padre? Ci invita a una maggiore responsabilità, quella dell’essere fratelli, capaci di aiutare un processo di conoscenza del male e di riaccoglienza di uno di noi che si è perduto. Dio mai nel suo mistero agisce da solo, non può agire solo con il Figlio Gesù: Dio ha bisogno di noi. Di noi che abbiamo sperimentato la forza del perdono, di noi che in quel deserto che abbiamo vissuto abbiamo a un certo punto pianto, quando abbiamo sentito una mano vera tesa per noi, una mano che ci ha amato nelle ferite. Una mano che tanti fratelli e sorelle hanno bisogno di riscoprire nella Chiesa e in noi!


Il perdono di cui oggi facciamo festa è alla fine un canto di amore, quel canto dolce che forse non abbiamo sentito dai nostri genitori, quel canto che rimane dentro nelle nostre orecchie, che ci fa sorridere, sognare, gridare, respirare, insomma un canto di vita vera. Questo è il perdono: non un dovere, una legge, ma un canto di vita, un canto di risurrezione, un canto che vince su ogni morte, su ogni deserto, un canto che fa rifiorire il cuore, che lo porta ad essere segno di una vicinanza inaspettata di Dio e della sua Chiesa, segno di misericordia, segno di risurrezione! E allora lasciamoci avvolgere dal perdono, diventiamo noi stessi testimoni della bellezza del lasciarci amare in tutto da Dio Padre nel Figlio Gesù.