Domenica 26 ottobre 2025 • I Domenica dopo la Dedicazione
Missionari di speranza. Questo è l’invito che riceviamo oggi nella nostra chiesa ambrosiana mentre celebriamo la giornata missionaria in comunione con tutta la Chiesa. Invito di Papa Francesco con il suo ultimo messaggio, che sento essere nei toni quasi un testamento missionario che si nutre della Parola di questa domenica.
Il Vangelo ci presenta il mandato missionario che il Risorto consegna ai discepoli. A chi Gesù consegna questo mandato? A uomini che alla fine dubitavano ancora sulla sua identità. Eppure Gesù non si fa remore: affida, dona un mandato a questi uomini. Nel Vangelo leggiamo da una parte la missione della Chiesa, dall’altra da chi è formata la Chiesa. La Chiesa è formata da uomini nella storia, da uomini in cammino. Il Signore non chiama chi crede di essere a posto con la coscienza, il Signore chiama gli imperfetti, gli uomini cioè che sentono ancora una distanza da Lui, un lato in cui non crede in Lui. Li, mi, ci chiama perché è in questo lato del nostro cuore che il Signore desidera rivelarsi e donarci la sua missione: rivelare il suo volto di amore, misericordia, compassione, vicinanza alla nostra umanità.
La prima e la seconda lettura, invece, ci ricordano altri due tratti che Papa Francesco richiama nel suo messaggio per questa giornata.
Il primo tratto è che la missione che parte dalla nostra imperfezione si nutre della forza dello Spirito. La prima lettura ci ha ricordato che Saulo e Barnaba sono scelti dallo Spirito, ma non partono subito: c’è una preghiera, un sostare, un dimorare nello Spirito che si compie nel gesto epicletico dell’imposizione delle mani. La forza della comunità di Antiochia, forza che supera ogni riga storta della storia personale degli uomini presentati, è la forza della preghiera, la forza di quell’abbandonarsi fiducioso a Dio che ricolma le distanze, le mancanze, le povertà, e le fa traboccare di una nuova ricchezza: la missione di Paolo e Barnaba è ricchezza per quelle terre che ancora non conoscevano il volto del. Cristo crocifisso e risorto.
Il secondo tratto è l’audacia del missionario. Un’audacia che dobbiamo riscoprire tutti. Paolo nella lettera ai Romani dice che tutto quello che ha detto, anche osando un po’ di più, l’ha detto guardando a quel Gesù che non si è sottratto dalla missione, ma ha donato tutto sé stesso. Questo donarsi per la Vita e per una Parola che è vita deve essere il tratto coraggioso di ognuno di noi. Siamo abituati ad osservazioni negative, a vedere sempre cosa non funziona, e poi a togliere. Il Vangelo, però, non è sottrazione, ma è una scelta radicale, un tendere a un di più che nutre, rafforza, da senso al cammino. Perchè tanta solitudine, tanta depressione, tanta negatività in un mondo iperconesso? Perché non sappiamo più chi è la nostra speranza, il volto di chi da un senso al cammino, quel senso che porta a slanci di amore che non desiderano altro che il bene dell’altro, che la sua felicità. Questa malattia è in tutti, dai giovani agli adulti, la malattia del far comodo a me, disinteressandomi del bene più grande che è un noi in cammino veramente felice, una felicità per tutti. Guardare a Gesù, essere di Gesù vuol dire vivere questo slancio di amore: nessuna vocazione è vera senza questo slancio, nessun servizio è vero senza questo donarsi fino alla fine.
La speranza di Gesù, crocifisso risorto, sia il vero sale, la vera luce, il vero sapore per essere veramente una Chiesa in uscita, una Chiesa missionaria nel suo tempo e nella sua storia verso tutti!